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Cloud Computing: l’orchestra invisibile del software moderno

Rappresentazione AI del Cloud Computing.

Social, video streaming, musica, live, videogiochi, intelligenza artificiale, e-commerce, pubblica amministrazione: ogni giorno viviamo all’interno del cloud senza rendercene conto. Basta un laptop o uno smartphone e una buona connessione e tutto diventa a portata di mano.

Ma vale la pena chiedersi:

Come riescono colossi come Meta, Alphabet, Microsoft, Amazon o OpenAI a garantire accesso continuo a miliardi di persone?

La risposta è: Cloud Computing.

L’orchestra del cloud: i Sistemi distribuiti

Per poter capire davvero il cloud, bisogna partire da un concetto più generale: i sistemi distribuiti.
Un sistema distribuito non è altro che un insieme di macchine, spesso sparse per il globo, collegate tra loro in rete. Semplificando molto, questa rete di macchine lavora insieme e in parallelo comportandosi come un unico immenso computer. Sono appunto un sistema (uno) distribuito (molti).

Un sistema distribuito è caratterizzato da:

  • scalabilità: la possibilità di aggiungere nuove risorse (memoria, capacità computazionale) senza dover riprogettare l’intero sistema;
  • ridondanza: stesse funzioni sono svolte da più nodi del sistema, cosicché in caso di guasto di uno, gli altri mantengono il servizio online;
  • tolleranza ai guasti: capacità di continuare a operare anche in presenza di errori hardware o software;
  • trasparenza: l’utente non percepisce la complessità, ma solo il risultato.

I sistemi distribuiti non sono altro che un’orchestra che esegue software.

La sinfonia di un click

Come abbiamo anticipato, dietro ogni click si muove un mondo che non vediamo. A nostra insaputa, una rete di server esegue software, scambia dati, restituisce risultati. Una sinfonia digitale.

In questo parallelismo musicale abbiamo messo a fuoco alcuni ruoli:

  • l’orchestra, ossia i sistemi distribuiti
  • la spartitura, ovvero il software eseguito
  • l’ascoltatore, tutti noi dall’altro lato dello schermo.

Mancano ancora tre figure fondamentali: chi dirige, chi esalta la musica da dietro le quinte e l’impianto che rende tutto fruibile. Sveliamole insieme!

I direttori d’orchestra sono i grandi provider cloud — AWS, Azure, Google Cloud, OCI, per citarne alcuni. Stabiliscono tempi, priorità, flussi. Se un nodo si spegne, se ne accende un altro. L’esecuzione non deve mai fermarsi.

I tecnici dietro le quinte sono le aziende che costruiscono i servizi che usiamo: Spotify, Netflix, Prime Video, OpenAI.

Infine, il protagonista di questo articolo. Il cloud.

Il cloud è l’impianto audio dell’intero concerto: amplifica, distribuisce, rende accessibile. È ciò che permette ai tecnici di creare servizi straordinari, ai provider di scalare e dirigere l’orchestra, e a noi di godercela con un click.

I direttori d’orchestra: i grandi provider e le loro tecnologie

Come abbiamo spiegato, ogni servizio digitale che utilizziamo sfrutta un’infrastruttura complessa che viene orchestrata dai colossi del cloud computing. Se da un lato tutti questi provider garantiscono disponibilità e scalabilità, dall’altro cercano di distinguersi offrendo tecnologie peculiari, capaci di influenzare il modo in cui il software viene progettato, distribuito e gestito.

Gli strumenti: i modelli di servizio

Continuiamo il nostro viaggio musicale soffermandoci sugli strumenti messi a disposizione dal cloud. Esattamente come gli strumenti ci permettono di scegliere il suono che vogliamo creare con le nostre mani o fiato, così i modelli di servizio ci permettono di scegliere il livello di astrazione più adatto alle nostre esigenze, dal software pronto all’uso fino al controllo totale sull’hardware virtuale.

SaaS – Software as a Service

È sicuramente il volto più familiare del cloud: software già pronto all’uso, accessibile via browser o app, senza installazioni né aggiornamenti manuali. Ne sono esempi Gmail, Microsoft 365, Salesforce, Figma, Spotify e Duolingo.

FaaS – Functions as a Service

Si entra nel dietro le quinte e nel tecnico. Dietro ogni click, ogni automazione, ogni trigger invisibile, c’è spesso una funzione serverless. Con FaaS chi sviluppa software fa un salto verso l’astrazione puramente logica: si scrive solo la logica e il cloud si occupa di tutto il resto. I principali esempi sono AWS Lambda, Azure Functions, Google Cloud Functions e Oracle Functions. Sono ideali per l’implementazione di microservizi, API leggere, automazioni, elaborazioni asincrone. I vantaggi principali? Costo ridotto (on-demand), scalabilità automatica e zero manutenzione.

PaaS – Platform as a Service

Quando la logica non basta ed è il momento di sporcarsi le mani, ecco che vengono in aiuto le piattaforme cloud. Sono il laboratorio perfetto per gli sviluppatori: ambienti pronti per scrivere, testare e distribuire codice, senza preoccuparsi dell’infrastruttura sottostante. Gli esempi principali sono Heroku, Google App Engine, Azure App Service, Oracle Application Container Cloud. Il principale vantaggio è poter mettere in pratica i concetti di sviluppo continuo e integrazione continua (CD/CI).

IaaS – Infrastructure as a Service

Al livello più basso entriamo nella sala macchine del cloud. Server virtuali, storage, rete. A questo livello l’utente ha il controllo totale sull’ambiente operativo. Portiamo alcuni esempi: AWS EC2, Azure Virtual Machines, Google Compute Engine, Oracle Bare Metal.

Il biglietto d’entrata: sostenibilità e costi

Dietro la comodità del cloud si nasconde una realtà fisica fatta di data center, consumo energetico e scelte infrastrutturali che hanno un impatto diretto ed importante sul nostro ambiente e sulla nostra economia.

Infatti, ogni clic, ogni algoritmo, ogni modello AI genera un carico computazionale che deve essere alimentato e raffreddato. Riprendendo i dati di varie fonti si stima che:

  • i data center hyperscale consumano tra 20 e 50 MW all’anno, abbastanza per alimentare fino a 37.000 abitazioni;
  • la refrigerazione può rappresentare fino al 40% del consumo totale di un centro IA;
  • l’acqua utilizzata per il raffreddamento può superare 1,7 milioni di litri al giorno.

La Generative AI, non ha fatto altro che accelerare la crisi energetica del cloud. Basti pensare che l’addestramento e l’inferenza di modelli linguistici (come ChatGPT) richiedono GPU ad altissime prestazioni, spesso in cluster da centinaia di unità e che secondo la IEA (International Energy Agency), il consumo globale dei data center passerà da 460 TWh nel 2022 a oltre 1.000 TWh nel 2026 (qui).

Pillole di storia

Come abbiamo accennato l'addestramento delle intelligenze artificiali che noi tutti utilizziamo richiedono grandi capacità di calcolo. In questo campo a farla da padrone sono le GPU NVIDIA, vero cuore pulsante delle server farm AI-ready.

NVIDIA è stata fondata nel 1993 da Jen-Hsun Huang, Chris Malachowsky e Curtis Priem. Il loro obiettivo era quello di creare schede grafiche per i videogiochi e il momento chiave fu il lancio, nel 1999, della GeForce 256, quella che è considerata la prima GPU al mondo. 

Nel 2000, NVIDIA acquisì la rivale 3dfx e siglò con Microsoft l'accordo per rifornire le GPU della prima console Xbox, rafforzando così la sua posizione di fornitore chiave per il mondo console, tra cui anche PlayStation 3.

Altro punto di svolta arriva nel 2006 con l'introduzione della tecnologia CUDA, che permise di utilizzare le GPU anche per l'elaborazione di dati non grafici, aprendo la strada a nuove applicazioni e campi di ricerca, soprattutto per la risoluzione di problemi matematici con l'uso del calcolo parallelo. 

Nel 2012 le GPU NVIDIA furono utilizzate per la creazione di AlexNet, una rete neurale profonda. Questo è il primo passo verso la sua attuale leadership nell'intelligenza artificiale e nel cloud computing contemporaneo. 

Featuring di spessore: l’accordo OpenAI – Oracle

Nel settembre 2025 Wall Street è stata scossa da una notizia incredibile: OpenAI ha firmato un contratto con Oracle per acquistare 300 miliardi di dollari in potenza di calcolo in circa 5 anni.

Aldilà delle speculazioni economiche, dato che si tratta di un impegno enorme che supera di gran lunga il fatturato della startup al momento dell’accordo, questa notizia ha evidenziato due cose.

La prima è l’orizzonte di crescita previsto nei prossimi 5 anni per i servizi di intelligenza artificiale, una crescita che si prevede essere ancora esponenziale e senza sosta.

La seconda è l’affermazione del servizio OCI di Oracle tra i grandi del cloud computing.

Probabilmente uno dei fattori chiave del successo di Oracle nel strappare questo accordo è dovuto alle peculiarità della sua offerta: pagamento in base ai consumi effettivi delle risorse, integrazione fluida con il cloud Azure di Microsoft, possibilità di architettura cloud ibrida e possibilità di completo isolamento della propria infrastruttura cloud e possibilità di scelta dell’hardware utilizzato per la virtualizzazione delle macchine virtuali (Intel, AMD o Arm).

Quali che siano state le carte vincenti di Oracle, rimane una certezza: oggigiorno le startup e le aziende che vogliono raggiungere un pubblico sempre più ampio non possono fare a meno del cloud e della sua flessibilità.

Le note stonate: il caso AWS US-EAST-1

Ne abbiamo esaltato le qualità e i successi, ma il cloud non è infallibile. A ottobre 2025, un evento ha ricordato al mondo quanto sia fragile l’infrastruttura digitale su cui poggiamo ogni giorno.

Il 20 ottobre 2025, la regione US-EAST-1 di AWS (la più trafficata e strategica) ha subito un guasto critico che ha causato un’interruzione di circa 15 ore.
La causa è stata una race condition1 tra due sistemi automatici che gestivano le configurazioni DNS di DynamoDB, il database NoSQL di Amazon.

Nella pratica i due sistemi hanno cercato di aggiornare lo stesso record DNS contemporaneamente, generando un record vuoto. Questo singolo record vuoto ha impedito la risoluzione degli indirizzi IP, bloccando l’accesso a DynamoDB e di conseguenza, a tutti i servizi AWS che vi dipendono: EC2, Lambda, EKS, NLB, Cognito, IAM, CloudFormation.

A livello globale, centinaia di servizi sono andati offline, tra cui Snapchat, Alexa, Coinbase, Duolingo, Fortnite, creando disservizi e ritardi ad Università, banche, e-commerce e pubbliche amministrazioni. Secondo CyberCube, le perdite stimate vanno da 38 a 581 milioni di dollari.

Paradossalmente, in questo caso il cloud ha mostrato gli stessi limiti dei sistemi centrali che dovrebbe risolvere. Infatti, troppi servizi dipendevano da poche regioni cloud o da un unico provider, mettendo in evidenza come sia sempre più necessario l’utilizzo di architetture multi-region e multi-cloud.

Il cloud nella cultura pop: One Piece e il Punk Records

Il cloud computing con le sue implicazioni, potenzialità e rischi è entrato di fatto anche nella cultura pop. Un esempio emblematico arriva da One Piece, in particolare nel recente arco narrativo di Egghead Island, dove il geniale scienziato Dr. Vegapunk ha creato una struttura chiamata Punk Records.

Vegapunk, grazie al frutto del diavolo Nomi Nomi no Mi, ha un cervello in continua espansione. Per gestirlo, ha separato fisicamente la sua mente dal corpo, trasferendola in una struttura esterna: Punk Records. Questa “nuvola cerebrale” è accessibile da Vegapunk e dai suoi sei satelliti, che si sincronizzano quotidianamente con essa. In questo modo può raggiungere il suo obiettivo, creare una archivio globale condiviso, dove chiunque possa accedere e contribuire con nuove conoscenze.

Eiichirō Oda, autore di One Piece, con Punk Records, offre a tutti gli effetti, una metafora visiva e funzionale del cloud computing. In particolare:

  • Storage distribuito: il cervello è separato dal corpo, ma accessibile da remoto.
  • Sincronizzazione: i satelliti aggiornano e leggono dati in tempo reale.
  • Accesso universale: Vegapunk sogna un mondo dove tutti possano connettersi e contribuire.

Non mancano neanche le implicazioni etiche. Si riporta un estratto del dialogo tra Vegapunk e un altro personaggio del manga, Jimbe:

Vegapunk: “Se l’intera umanità aggiornasse a sua volta i punk records si verrebbe a creare un oceano di conoscenza che andrebbe molto aldilà del mio misero cerverllo!! Un giorno l’umanità potrà condividere un unico, grande cervello!”

Jimbe: “Ma se ci finissero in mezzo ideologie di vari tipi, non salterebbero fuori dei problemi?”

Vegapunk: “Hai una mente acuta, cavaliere del mare… però… se ci facessimo qeusto tipo di scrupoli, la scienza non progredirebbe mai!”

Come nel mondo reale, anche nel manga emergono dubbi, con Jimbe che solleva il problema della disinformazione e delle fake news, un chiaro riferimento alle sfide contemporane del cloud moderno, a cui si aggiungono anche: privacy, sicurezza, controllo dei dati e groundness delle informazioni fornite dalle IA.

Conclusioni

In questo articolo abbiamo visto come il cloud sia diventato l’infrastruttura invisibile che alimenta il mondo digitale. Un’orchestra globale che esegue software, distribuisce intelligenza, e connette miliardi di persone. Abbiamo accennato ad alcuni concetti tecnici e portato esempi e numeri reali. Abbiamo evidenziato le potenzialità del cloud e anche le sue criticità.

E proprio per queste sue criticità, come dietro ogni sinfonia servono professionisti capaci di accordare gli strumenti, interpretare la partitura e garantire che tutto funzioni al meglio, nel mondo digitale bisogna affidarsi a professionisti preparati, competenti e non superficiali.

Noi di noname.solutions siamo parte di questa sinfonia.

Con le nostre certificazioni Oracle Cloud Infrastructure (OCI) e competenze in automazione industriale, siamo in grado di aiutare le aziende a progettare, implementare e ottimizzare soluzioni cloud scalabili, sicure e sostenibili.

Badge digitale della certificazione Oracle Cloud Infrastructure (OCI) Foundations Associate 2025
Badge digitale della certificazione Oracle Cloud Infrastructure (OCI) AI Foundations Associate 2025

Perché il futuro non è solo nel cloud.

È nel modo in cui lo suoniamo.

“Nessuno può fischiare una sinfonia. Ci vuole un’intera orchestra per suonarla.”

Halford E. Luccock, teologo americano

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  1. Si parla di race condition quando il risultato di un’operazione dipende dalla sequenza temporale imprevedibile con cui più processi (o thread) accedono a risorse condivise. ↩︎